venerdì 28 novembre 2014

Una questione privata di Beppe Fenoglio



Il romanzo si incentra sulla vicenda del partigiano Milton e della sua ricerca di Giorgio, suo commilitone e amico, nella zona di Alba (nelle Langhe), raccontata in prima persona con frequenti digressioni riguardanti i suoi ricordi o le sue impressioni.
Dopo aver scoperto una relazione tra Fulvia, una ragazza facoltosa di cui il protagonista si era innamorato, e Giorgio, Milton decide di partire alla ricerca di quest’ultimo al fine di chiedere chiarimenti sul fatto. I suoi spostamenti sono un pretesto per l’autore per descrivere varie situazioni legate al momento storico.
Nonostante l’importanza di quest’opera in quanto fra quelle fondatrici della letteratura della Resistenza, il suo valore effettivo è giudicabile decisamente inferiore, specialmente se messa a confronto con altri testi, meglio realizzati, sullo stesso argomento.
L’intero racconto tende a focalizzarsi eccessivamente su dettagli tendenzialmente insignificanti per la trama, caratteristica che penalizza le parti narrative facendo diminuire l’interesse e l’attenzione del lettore, il quale vede trasformate in delusione tutte le sue aspettative circa il finale, finale che è impropriamente chiamato così dal momento che è ambiguo e difficile da interpretarsi.

Marta Lo Faso e Edoardo Cipriani 


lunedì 24 novembre 2014

Ricordo di Romano Bilenchi

Romano Bilenchi moriva a Firenze il 18 novembre 1989, 25 anni fa appunto.
Da tempo ormai – non saprei dire da quanto – non tornava a Colle Val d'Elsa nè usciva, per la malattia, dalla sua casa, in via Brunetto Latini. Gli amici che lo andavano a trovare, per un saluto, una discussione o il piacere di stargli accanto, lo trovavano immancabilmente seduto in salotto, su un divano verde, circondato quasi con amore dai libri e dalle opere dei suoi amici pittori.
Il salotto era il suo microuniverso, riproduceva i segni di amicizie, affetti, relazioni forti e autentiche. Riproduceva materialmente un mondo lontano, capace di perdurare solo nella memoria.
Sul tavolino davanti a lui, altri libri, ma immancabilmente un portacenere stracolmo di mozziconi, e scatole di medicinali e le sigarette, che accendeva di continuo, con le dita ormai macchiate dal giallo della nicotina.
Bilenchi accoglieva nella sua casa amici, conoscenti, giovani, letterati e intellettuali, mostrando a tutti, senza distinzioni di sorta, senza spocchia o presunzione, la sua inesauribile disponibilità al dialogo. La sua gentilezza aveva il sapore semplice e antico di altri tempi.
Tra una sigaretta e l'altra, accendeva il televisore, azionava il telecomando spostandosi incessantemente da un canale all'altro, con un fare in apparenza distratto e svagato, che poteva anche mettere in imbarazzo; eppure, malgrado questo, sapeva  seguire con vivacità le pieghe della conversazione, anzi la orientava senza parere con osservazioni schiette e fulminee, con il racconto di episodi della sua vita, con un gusto sapiente nel tratteggiare e colorire personaggi e situazioni. E così lasciava senza parole chi gli stava accanto.
Bilenchi appariva, ma meglio dire era, un uomo profondamente buono e generoso con tutti, che non negava la sua disponibilità o la sua attenzione. Era anzi un uomo che regalava, quasi con noncuranza, testimonianze, uno spaccato sulla vita e le relazioni, insomma su un mondo, la Firenze degli anni '30 e oltre, lontano, che non esisteva più, nè nei suoi protagonisti, nè nello spirito, se non nella sua memoria.
Parlando e raccontando, tra una sigaretta e l'altra, Bilenchi ritornava sul passato, sul suo passato, con le luci e le ombre; con le parole non faceva che 'riscriverlo' e 'scavarlo', portando in superficie trame, sfumature, tracce sempre nuove e diverse.
Le sue sono parole – si è detto – che risuonano ossessivamente ripetitive, come in un bolero, ma, si sa, “le parole sono come pietre da tirare in uno specchio d'acqua per provocare cerchi concentrici sempre più ampi”: così diceva Bilenchi in una intervista del 1983.
Il gioco umile dei bambini di un tempo diventa così l'immagine viva e gioiosa per descrivere, per rappresentare quello, ben più complesso, intricato e difficile, da grandi, della scrittura.
Sarà banale, ma Bilenchi non poteva con altre parole descrivere meglio il lavorio di una vita, il fuoco che animava da sempre la sua scrittura e che ce la rende così particolare, così unica, ma anche così vicina.      
La scrittura di Romano Bilenchi torna ossessivamente ad esplorare il mondo lontano dell'infanzia, quella zona d'ombra che tutti attraversiamo, in cui l'essere è indefinito o in cerca di una sua identità; una zona dove le ferite, anche quelle occasionali, si incistano e rimangono indelebili, quasi marchi a fuoco nella carne. Ma anche dove le speranze e i sogni hanno la forza e la fissità luminosa  dell'indicibile.
Restiamo 'intrappolati', ma anche sedotti e affascinati, come gli innumerevoli personaggi, in un tempo che si ripete, che non porta mai a passare la soglia, visto che Bilenchi non fa che dilatare e sviluppare, con le sue parole, pulsioni, desideri, paure e dolori restando sempre al di qua. Noi come loro, in fondo.

Rileggere Bilenchi significa sempre compiere un esercizio di scavo nelle ferite e nell'ombra che stanno anche dentro di noi, senza la prospettiva di trovare facili consolazioni o soluzioni di comodo; anzi proprio quel leggero, inquietante, urticante disagio che proviamo e che ci rimane addosso è il segno della grandezza, è la forza autentica dell'opera letteraria. Quella che ce la fa amare incondizionatamente. 

Claudia Corti 

venerdì 21 novembre 2014

Dürrenmatt, il delitto e non solo

Mercoledì 19 novembre il gruppo di lettura si è riunito per parlare un po' dell'ultimo libro scelto, "Il giudice e il suo boia" di Friedrich Dürrenmatt. Un giallo breve, ma di sicuro impatto. Proprio su questo aspetto si sono soffermati alcuni lettori, e ne sono rimasti piacevolmente affascinati. Solitamente ci si aspetta un approccio diretto, se di giallo si tratta, mentre  in questo caso c'è la costruzione perfetta di una rete in cui l'assassino cadrà, ma solo alla fine, senza che si sveli mai, neanche in modo accennato, alla sua figura come tale.
Si viene accompagnati nella narrazione, mentre seguiamo l'indagine del vecchio e malato ispettore Bärlach e dell'agente Tschanz. La scrittura è misurata e rigorosa, e infatti qualche nostro lettore faceva  notare l'eleganza del tono, che ci fa comunque rimanere incollati al libro in attesa del finale a sorpresa. La conversazione sul libro di Dürrenmatt ci ha fatto riflettere su quanto oggi siamo pronti ad aspettarci un giallo dalla scrittura più forte e aggressiva, arricchito dai metodi di indagine propri dei nostri tempi. L'originalità de "Il giudice e il suo boia" è proprio questa: portarci  a scoprire il colpevole  con i metodi investigativi del 1948, e condurci con l'autore a delle riflessioni sul caso e sulla giustizia. Il primo governa  i destini di tutti noi, malgrado cerchiamo di mettere ordine nel caos  come fa l'ispettore Bärlach. Sulla seconda è sempre il protagonista che  ci fa  riflettere, chiedendosi se sia giusto incolpare qualcuno innocente oggi, per un delitto commesso molti ani prima. Così deciderà di essere giudice, ma soltanto per raggiungere uno scopo che si annida nel passato di lui e del suo nemico.

domenica 26 ottobre 2014

Cristina Alziati

E' arrivata in biblioteca con un fare semplice, senza pose, attraverso la porta secondaria, ma subito è apparsa con la naturale familiarità di chi è abituato a stare in mezzo ai libri, ad usare ed amare libri e parole.
Così Cristina Alziati, venerdì scorso, alla Biblioteca “M. Braccagni”, per parlare del suo “Come non piangenti” (Marcos y Marcos 2011).
E si è seduta in mezzo a noi, senza microfono per parlare, ma la sua voce si è levata forte e chiara, nel silenzio della sala. Il silenzio che si fa davanti ai poeti veri.
Cristina Alziati ha parlato di 'res durae', del grumo di dolore inscritto nel nostro essere uomini e nel nostro corpo, ma anche della 'ferita' che pure la gioia sa aprirci. Lo ha fatto con una forza serena e pacata, con un coraggio che sembra venire da lontano, “come non piangenti” appunto. Ha raccontato la sua storia di poeta e di intellettuale, con i valori che ancora restano importanti.
In mezzo alla persistenza del dolore, che rimanda alla nostra fragilità di uomini, la perseveranza del pensiero. Lo sguardo sa andare lontano da sè, dal proprio dolore, che pure è irredimibile e non si può dimenticare, e sa incrociare quello degli altri, o meglio la barbarie, la tragica disumanità del nostro, e non soltanto, tempo, della storia. E' la tragedia delle ratonnades, delle stragi o mattanze cui la cronaca purtroppo ci abituato. “(...) una è la storia / che ci crepa”: uno spazio immenso di dolore si spalanca in questo verso, c'è un io-noi segnato nel corpo dal dolore nel tempo e nella storia, perchè “dentro quella, dentro / ciascuna ora del mondo senti / gemere il tempo del tempo che resta”.
Ma non c'è solo cupo dolore, nelle parole di Cristina Alziati, c'è l'apertura alla gioia e alla speranza: “e provo intero il dolore, so la gioia intatta”. La troviamo paradossalmente in un testo dedicato ad Etty Hillesum, una di quelle figure che sembrano destinate “per questa terra a camminare in volo”. Ma la troviamo, splendidamente luminosa, come un inaspettato miracolo, nei testi dove si ascoltano le voci della natura e degli alberi: “Sono rimasta in un piccolo / vento impigliata (...) / (...) La bellezza / degli alberi  è impressionante, / te lo dico ora così”. Dove la nostra voce si mescola, fino a confondersi, con quelle.
In un'altra raccolta, si scriveva: “dove è negata, o pare, la speranza / una sola ragione è resistere”. Cristina Alziati continua ad indignarsi e a questo modo resistere alle delusioni o ai mali della storia e questa è una piccola, preziosissima porta, tutta da difendere.   
“Come non piangenti” dunque è un libro che riesce ad entrare dentro e non ci abbandona, anzi ad ogni passo finisce per attirarci, suadente proprio nel suo linguaggio petroso, nelle sue pieghe più segrete e per non lasciarci andare.

Come accade con i libri davvero importanti.

Claudia Corti

domenica 19 ottobre 2014

La grandezza della bambina pugile

Chandra Livia Candiani è venuta in biblioteca a Colle per presentare il suo libro di poesie "La bambina pugile ovvero la precisione dell'amore", pubblicato nella bianca Einaudi.
L'umiltà di questa poeta  si percepisce da subito, fin dal suo ingresso  nella sala di lettura. Eppure da ospite timida, si schiude come un fiore appena può dire ad alta voce i suoi versi. Si alza in piedi e ci accompagna in un viaggio fatto di parole misurate, di silenzi, di visioni. La poesia di Chandra Livia Candiani  infatti si vede, è disegnata dalla sua voce che la dice. E' delicata e abbraccia il mondo tutto, come nella bellissima dedica iniziale di questo libro, dove niente e nessuno è lasciato fuori. Attraverso la poesia, che lei stessa definisce " non un genere letterario, ma una via, la meno fondamentalista che esista" ci mostra la sofferenza infantile, ma anche il ritorno ad essere bambini, perché "gli adulti sono bambini in situazioni d'emergenza".
E da qui si parte, dall'infanzia sconvolta, dalle perdite importanti, e da una nuova forza che nasce, quando " certe mattine / al risveglio c'è una bambina pugile / nello  specchio, i segni della lotta sotto gli occhi / e agli angoli della bocca, / la ferocia della ferita / nello sguardo. / Ha lottato tutta la notte / con la notte ".  Il combattimento della donna-bambina viene da lontano, dal suo vissuto, ma trova nuova forza anche da importanti mancanze, persone che non ci sono più, che la poeta ha  "lasciato andare". Rimane così il silenzio, che pervade questi versi, silenzio che Chandra conosce, riconosce e teneramente accarezza. E le carezze sono anche e soprattutto per i bambini ai quali insegna, e dai quali impara. Lei stessa li chiama i suoi "maestri-bambini", così aperti a disposti , tanto da capire a soli otto anni, che " la poesia è conoscenza e passione".
Il pubblico in biblioteca è rimasto entusiasta della bella serata trascorsa, e di questa poeta così minuta, ma anche così grande.

Il missionario moralizzatore

Nell'ultima riunione il gruppo lettura ha commentato e riflettuto su “Pioggia”, il libro di William Somerset Maugham (Adelphi, 2003). In particolare si è parlato del primo racconto, dal titolo omonimo.
Ambientato nelle isole Samoa, porta alla nostra attenzione la vicenda di un missionario bigotto e implacabile, impegnato a combattere con ogni mezzo quello che lui ritiene essere “il Male”.
Con la moglie si è impegnato a portare la “civilizzazione” tra gli indigeni, ma questo atteggiamento viene presto messo a nudo dall'autore, rivelandone i particolari più ipocriti.
A causa della pioggia incessante e crudele, il reverendo e la moglie si trovano a dover trascorrere alcuni giorni a Pago Pago, dove soggiornano anche il dott. Machpail con la moglie, e la signorina Thompson, donna dai facili costumi, che il missionario tenterà di riportare sulla retta via.
Proprio questo suo compito sarà sviscerato dall'autore, contrapponendo la rigidità di vedute e l'eccesso di moralismo alla debolezza della carne. Il peccato, da cui il reverendo vuol far scappare la donna, imprigionerà lui stesso, fino al tragico epilogo.
Il gruppo lettura ha commentato con sottile ironia le descrizioni minuziose di Maugham, e c'è stata una interessante discussione sul finale del racconto, in particolare chiedendosi se il missionario rimasto vittima della sua stessa rettitudine, si sia suicidato o sia stato ucciso. Alcuni lettori sono rimasti affascinati dalla scrittura particolareggiata, dalle descrizioni sottili e minuziose, dall'ironia cupa con cui l'autore porta alla nostra attenzione il contrasto tra l'ossessione per la rettitudine e la debolezza umana che non risparmia nessuno. 


lunedì 13 ottobre 2014

Mario Luzi, a cento anni dalla nascita






Questa felicità



Questa felicità promessa o data

m'è dolore, dolore senza causa
 
o la causa se esiste è questo brivido

che sommuove il molteplice nell'unico 

come il liquido scosso nella sfera 

di vetro che interpreta il fachiro. 

Eppure dico: salva anche per oggi.
.
Torno torno le fanno guerra cose 

e immagini su cui cala o si leva 

o la notte o la neve 

uniforme del ricordo.